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Chiazza oleosa sul mare delle
vacanze
Residui vegetali e di sentina
scaricati da una nave. Indaga la Capitaneria
MARINA MINELLI
FALCONARA - Una chiazza
oleosa lunga circa due chilometri e larga un metro è stata
avvistata ieri mattina tra Palombina Vecchia e Falconara a
mezzo miglio dalla costa. Le prime analisi condotte dai
tecnici dell' Arpam con il supporto delle motovedette della
Capitaneria di porto hanno accertato una rilevante presenza
di sostanze organiche vegetali, residui di sentina e
mucillagini, oltre alla componente oleosa. Il materiale
potrebbe essere stato sversato in mare da qualche
imbarcazione di passaggio, ma non dalle navi cisterna
attraccate nei tre ormeggi della raffineria Api di
Falconara, tutte controllate e risultate in regola. L’Arpam,
infatti, ha subito effettuato un sopralluogo anche in
raffineria dove però non è risultato nulla di anomalo. I
battelli della Guardia costiera hanno ossigenato l'acqua con
speciali sostanze, ma senza usare disperdenti e, secondo
quanto riferito dalla Capitaneria di porto, intorno alle 11
e 30 l' iridescenza era già scomparsa. Sul posto sono
intervenuti il mezzo antinquinamento “Città di Ravenna”, una
imbarcazione dei Vigili del Fuoco ed un mezzo dei vigili
ambientali di Falconara. “Siamo stati avvisati dall’Arpam –
ha spiegato l’assessore all’ambiente Giancarlo Scortichini –
e quindi abbiamo deciso di far intervenire anche i nostri
agenti che hanno documentato la situazione in mare, adesso
aspettiamo le analisi per sapere che certezza di cosa si è
trattato”. Nelle prime ore della mattina la presenza della
chiazza oleosa era stata segnalata da alcuni pescatori e
bagnanti anche ai comitati di Fiumesino e Villanova che si
sono subito attivati per una verifica sul posto. “La
striscia di prodotto – hanno fatto sapere Loris Calcina,
presidente del comitato di Villanova e Massimo De’ Paolis
vice presidente del comitato di Fiumesino – appariva di
colore chiaro ed emanava un odore misto tra idrocarburi e
gasolio e, con l’ausilio di un binocolo, era visibile anche
da riva. Quando siamo arrivati sulla spiaggia in mare
c’erano già due mezzi della Capitaneria di Porto, una
imbarcazione di Vigili del Fuoco e un mezzo navale
antinquinamento giallo, mentre alcuni tecnici a bordo di
gommoni stavano effettuando prelievi e rilevamenti
fotografici”. I comitati cittadini in una nota hanno
espresso “forte preoccupazione per questo nuovo episodio,
che sommato anche ai precedenti spiaggiamenti di bitume,
alimenta, in linea generale, le paure per i danni che
possono essere provocati all’ambiente marino antistante la
costa falconarese e, in particolare, i timori per i
pregiudizi che possono derivare all’attività turistica
balneare, tenuto conto della stagione”. I rappresentanti dei
comitati chiedono quindi alle autorità ed alle
amministrazioni competenti “che nel più breve tempo
possibile siano accertate la provenienza e la natura di
questi materiali, nonché individuati e perseguiti i
responsabili di tale eventi”. Sulla vicenda è intervenuto
anche il consigliere regionale dei Verdi Massimo Binci che
si aspetta in tempi brevi dall’Arpam una “verifica della
natura dell’inquinante” per arrivare quindi a capire da dove
è arrivato questo prodotto sversato in mare. Fra l’altro,
osserva Binci il quale ha anche annunciato un’interrogazione
sull’argomento, pochi giorni fa si è verificato l’episodio
del ritrovamento di tracce di bitume sulla spiaggia di Rocca
Mare quindi “è necessario scoprire da dove vengono questi
residui”. Il presidente dei bagnini del consorzio Falcomar,
Gianluca Guazzarotti, è stato avvisato a sua volta dai
vigili ambientali di Falconara arrivati sulla spiaggia per
recuperare l’imbarcazione che da qualche anno è in dotazione
al servizio, ma ancora nessuna comunicazione ufficiale è
stata trasmessa agli operatori balneari che in questi giorni
stanno lavorando a ritmi serrati e molto intensi a causa del
gran caldo. |
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Mare monstrum 2005: i numeri
e le storie degli assalti alle coste
Presentato oggi a Roma il
dossier di Legambiente. Tutte le Bandiere Nere 2005 ai
pirati del mare.
È un mare che soffre sempre
di più quello italiano. Un allarme già lanciato da
Legambiente lo scorso anno e che conferma la sua veridicità
nei numeri e nelle storie raccolte dall’associazione
ambientalista durante tutto il 2004. Crescono le situazioni
d’illegalità, le infrazioni al codice della navigazione e
l’inquinamento marino. È addirittura boom del mattone
selvaggio, aumentano i casi di pesca di frodo e di cattiva
depurazione. Crescono anche i chilometri di costa non
balenabile e quel che è peggio è che non vengono risparmiate
neanche le aree di mare protetto. È questo quanto emerge, in
estrema sintesi, dal dossier di Legambiente Mare Monstrum
2005 presentato questa mattina a Roma nel corso di una
conferenza stampa per salutare la partenza di Goletta Verde
e il ventennale della campagna ambientalista più famosa
d’Italia. L’indagine annuale di Legambiente ha raccolto le
storie e i numeri di un mare stressato e sempre più
minacciato dall’impunità di vacanzieri di passaggio poco
rispettosi o abili sfruttatori. A conferma, come sempre, i
numeri: reati ambientali accertati dalle forze dell’ordine
nel corso del 2004 sono stati 19.111, ossia cinque illeciti
ogni due chilometri di litorale, con un incremento del 7%
rispetto al 2003, che già aveva registrato un aumento del
7,2% rispetto al 2002. Il trend di crescita riguarda più o
meno tutto il territorio nazionale con picchi nelle regioni
del sud Italia, in particolare Sicilia, Puglia e Campania,
dove vengono registrate ormai tradizionalmente il maggior
numero d’infrazioni. Crescono del 15% i reati nel settore
dell’inquinamento e della cattiva depurazione (erano 1.224
nel 2003 sono passati a 1.406 del 2004), ma cresce
parallelamente anche il mare inquinato, così come si ricava
dai dati del Ministero della Salute diffusi da un’agenzia di
stampa che ha posto fine al colpevole silenzio cui ci ha
abituato nel corso degli ultimi anni il dicastero retto
dall’ex ministro Girolamo Sirchia. Più 7% di mare inquinato
pari a qualche decina di chilometri sul totale nazionale, ma
sufficienti a far parlare di un inquietante campanello
d’allarme dopo anni di lenta, ma progressiva conquista di
nuovi chilometri balneabili. C’è poi l’avvelenamento dei
sedimenti marini che, come si ricava dai dati del
monitoraggio predisposto dal Ministero dell’Ambiente, non
risparmia neanche i chilometri di mare protetto. L’analisi
di sedimenti e molluschi prelevati dai fondali delle aree
marine protette ha fatto registrare in più di una
circostanza una presenza inquietante di metalli pesanti,
pesticidi ed altre sostanze pericolose. Del resto il mare è
per sua natura inconfinabile e l’inquinamento che veicola
non conosce vincoli e perimetri. Dati questi, che seppur
poco incidono con la balneabilità delle acque, lanciano un
segnale allarmante: il nostro mare risulta essere sempre di
più e con assoluta evidenza, il deposito finale della
maggior parte degli inquinanti utilizzati e prodotti in
ambiente terrestre. A questo proposito vale la pena
ricordare come in Italia siano oltre gli 85.000 gli ettari
di mare inseriti nel Piano nazionale di bonifica del
Ministero dell’Ambiente. Aumentano le infrazioni al Codice
della navigazione e crescono considerevolmente i reati nel
settore della pesca di frodo, un comparto che fa registrare
un secco +33% rispetto all’anno precedente. Si passa,
infatti, dalle 5.060 del 2003 alle 6.736 del 2004. “E’
questo un dato – fa sapere Sebastiano Venneri, responsabile
mare di Legambiente - che più di ogni altra considerazione
deve far riflettere su certi provvedimenti furbetti e
arruffoni che proprio recentemente sono stati al centro di
roventi polemiche fra associazioni ambientaliste e organismi
sovranazionali (Unione Europea e Accobams) da un lato e
Ministero delle Politiche Agricole dall’altro, che
pretendono di offrire ancora un’opportunità alle spadare,
gli attrezzi da pesca vietatissimi ormai da quattro anni e
oggetto di più di un piano di riconversione con relativo
esborso di denaro pubblico”. C’è una nota che può apparire
positiva spulciando nell’immensa mole di dati raccolti
grazie anche quest’anno al contributo delle forze
dell’ordine. E’ il numero dei provvedimenti di sequestro di
strutture abusive sul demanio marittimo che sono quasi
raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando dai 760
del 2003 ai 1.367 del 2004, con un incremento dell’81% su
territorio nazionale e punte massime in Sicilia dove si è
registrato un aumento del 122% dei provvedimenti emessi (si
passa da 114 del 2003 a 253 del 2004). “Sostanzialmente
quello che emerge dal dossier – spiega Roberto Della Seta,
presidente di Legambiente – è un’impunità generalizzata e
sempre più arrogante. Tanto per citare un esempio basti
pensare a chi si ostina a voler edificare sul demanio
marittimo. C’è il compiacimento per un’azione sicuramente
più efficace e incisiva da parte delle forze dell’ordine nel
contrasto dell’abusivismo edilizio sul demanio marittimo, ma
d’altro canto va considerato che i provvedimenti di
sequestro vengono adottati nei casi più gravi di violazioni.
Se da una parte i costruttori abusivi edificano in modo
sempre più devastante, dall’altra la risposta delle forze
dell’ordine non si è fatta aspettare ed è servita in questo
caso a calmierare e a raffreddare l’impeto cementificatorio
sulla costa”. Fenomeno dunque che, purtroppo, non accenna ad
arrestarsi e che si manifesta in forme diverse lungo la
penisola: se a nord infatti si ristruttura, a sud si
costruisce ex-novo. Al primo posto si colloca la Sicilia,
con 696 infrazioni accertate (più 19% rispetto al 2003), 576
persone denunciate e ben 253 sequestri (più 122%), seguita
quest’anno dalla Puglia, con 489 notizie di reato, 617
persone denunciate e 200 sequestri effettuati. Al terzo
posto troviamo la Campania (437 infrazioni accertate e 632
persone segnalate all’autorità giudiziaria). Questa regione,
invece, è la prima in Italia per numero di sequestri
eseguiti: ben 259. Un’illegalità dilagante che non risparmia
neanche il mare protetto: un caso su tutti l’abusivismo
edilizio lungo i 38 km della Riserva Marina di Capo Rizzuto,
dove gli inquirenti hanno addirittura riscontrato come in
quest’area avvenga una vera e propria spartizione del
territorio tra cosche: il clan degli Arena si sarebbe
riservato la zona sul mare, quella più pregiata; gli altri
sodalizi mafiosi, invece, sembra abbiano dovuto
accontentarsi delle zone più periferiche. L’abusivismo
edilizio però ha anche un’altra grave colpa: l’erosione
delle coste. La forte antropizzazione delle fasce costiere e
l’insediarsi di molteplici attività sia turistiche che
produttive hanno contribuito ad alterare l’equilibrio
dell’ecosistema costiero. Così su 3734 km di spiagge (il 50%
dei 7468 chilometri di coste italiane), ben la metà risulta
essere soggetta a fenomeni di erosione (il 23% sul totale
delle coste italiane). Le regioni più minacciate sono il
Molise, la Basilicata e la Calabria; mentre Liguria ed
Emilia Romagna sono intervenute sulla metà del tratto di
costa interessato. Al lavoro di denuncia di Legambiente si
aggiungono le Bandiere Nere 2005 recapitate da Goletta Verde
alla cosiddetta “sporca dozzina”, e cioè coloro che hanno
danneggiato il mare e la sua costa. È il vessillo meno
ambito d’Italia proprio perchè segnalano i “nuovi pirati del
mare”: amministrazioni, politici, imprenditori, società
private che si sono contraddistinti per attacchi o danni
all’ambiente marino e costiero. A cominciare dalla Liguria
che nel giro di pochi chilometri riceverà due bandiere nere.
Per la società Vivilmare s.r.l. che ha proposto un porto
turistico alla foce del Bisagno, di 150.000 mq per oltre 700
posti per barche e alla società Baia Blu Stabilimento
balneare s.r.l. di Lerici, per la costruzione di oltre una
decina di container-bungalow nella collina della Baia Blu
situata nel comune di Lerici (SP) che ha distrutto in
maniera irreversibile la caratteristica pineta. Alla Regione
Friuli Venezia Giulia per la manifesta volontà di
minimizzare la vicenda relativa alla bonifica della laguna
di Marano e Grado che, dopo tre anni di reiterati stati di
emergenza è ancora ben lontana dalla messa in sicurezza. Non
c’è pace per la Raffineria Api di Falconara (An), habitué
della Bandiera Nera di Legambiente. La motivazione è la
volontà di realizzare altri due impianti di generazione di
energia elettrica, uno di 400 e l’altro di 60 megawatt,
accanto a quello già esistente di 290 megawatt di potenza. A
Enel SpA, in Veneto per aver determinato i destini del Delta
del Po negli ultimi vent’anni di attività, inviando
nell’atmosfera zolfo, azoto, metalli e quant’altro di nocivo
per la salute dei cittadini, come risulta dalle perizie
giudiziarie richieste dai magistrati nel processo penale in
corso a carico di Enel. Al Comune di Ravenna, per aver
previsto nel piano regolatore la “legalizzazione” del
Villaggio di capanni e cottages abusivi costruiti alla foce
del Torrente Bevano, all'interno della Riserva Naturale
dello Stato e del Parco del Delta del Po, nell'ultimo tratto
di costa naturale del ravennate (circa 7 km di litorale),
per il danno ambientale che il villaggio e le difese passive
abusive provocano impedendo il naturale salto di meandro e
la libera divagazione della foce. In Calabria, alla Società
Internazionale "Euro Paradiso", che vorrebbe realizzare un
mega villaggio turistico alla Foce del Fiume Neto, a nord
della città di Crotone. Il mega villaggio, progettato a
detta della Società sul "modello Las Vegas", non solo
interesserebbe circa 1.000 ettari pari ad un quarto del
territorio comunale di Crotone provocando un prevedibile
squilibrio territoriale, ma contrasterebbe in modo evidente
col modello di sviluppo basato sulle straordinarie risorse
storiche, culturali e naturalistiche di quel territorio. In
Basilicata alla Cit Holding (Compagnia Italiana del
Turismo), per aver realizzato i villaggi Porto Greco e Torre
del Faro, ad opera della Engeco spa, che oltre ad aver
prodotto un alto impatto ambientale su uno dei tratti di
costa scampati alla speculazione edilizia si trova ora a far
vivere in forti disagi economici i dipendenti del complesso
turistico jonico e le piccole imprese locali. Bandiera Nera
alla Nettis Resort nel territorio di Pisticci (Porto degli
Argonauti). I lavori del Porto degli Argonauti, nel
territorio di Pisticci, sono stati portati avanti dalla
Nettis, senza prendere in considerazione il provvedimento di
inedificabilità emesso dal gip del Tribunale di Matera nel
luglio 2004. In Sicilia alle Autorità portuali di Trapani
per i lavori relativi alla Coppa America all’interno della
zona di protezione speciale delle Saline di Trapani. Al
Ministro della Difesa On. Antonio Martino, per non aver
difeso in questo caso la Sardegna e i suoi abitanti dalle
servitù militari cui sono sottoposti. Per non aver mai dato
risposte alle istituzioni sarde, oltraggiandole platealmente
in più di un'occasione, negando il diritto all'informazione,
noncurante della salute e dell'incolumità dei sardi. Alla
petroliera San Marco, come simbolo di tutte quelle navi che
non rispettano le normative per la tutela ambientale. La
petroliera, battente bandiera italiana, è stata costretta a
mettere l'ancora al porto dopo essere stata sorpresa a
ripulire le cisterne in una zona ecologicamente protetta. |