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Sequestrata la Sea Ambiente,
indagine estesa a tutta Italia
di GIAMPAOLO MILZI
CAMERATA “Sea Ambiente”, un
marchio doc quando si parla di rifiuti e smaltimento,
oscurato da un sequestro scattato dopo un incendio aziendale
del settembre 2002. L'ombra del super-inquinante cromo e di
alcune sue movimentazioni - allora il Noe ne scoprì 80
barili nei locali della srl di Camerata Picena - al centro
di un'inchiesta giudiziaria delicatissima, a livello locale
e nazionale (sequestri e indagini anche in Toscana e
Calabria), foriera di nuovi sviluppi, avvolta nel segreto.
E', in sintesi, l'ultimo caso di presunta eco-sciatteria.
Emblema di un dramma certo: i sigilli (dal 1 settembre)
nello stabilimento di via Saline paralizzano l'attività di
una delle imprese di settore più qualificate del centro
Italia. Alessandro Massi, rappresentante legale della Sea -
società di trasporto e trattamento di acque reflue e fanghi
industriali ritrovatasi con circa 20 dipendenti che ora
vedono in pericolo il posto di lavoro - ha ricevuto un
avviso di garanzia in cui si ipotizzano vari reati. Su
tutti, lo stoccaggio abusivo di grande quantità di acido
cromico, rifiuto tra i più pericolosi. E, pare, gestione
illecita di altre sostanze, ritardi nella bonifica del sito,
rapporti torbidi con altre aziende, perfino con un
depuratore pubblico della provincia. Tra gli indagati,
almeno una decina, il direttore tecnico Sea. Quasi muti gli
inquirenti. Che però non escludono, visto che le fiamme del
2002 lambirono i contenitori di cromo, si possa essere
verificato un inquinamento ambientale. Tutta diversa la
lettura del caso dell'avvocato Gasparetti (che difende
Massi) e che oggi discute al Tribunale del riesame il suo
ricorso contro il sequestro: «Un atto intempestivo e
infondato. Autorizzato lo stoccaggio di quel cromo. E non ci
fu contaminazione. La Sea è da sempre un'azienda leader,
super-controllata, operativa come un orologio svizzero e
ultra sicura». |